Bio: ad Expo 2015 una grande festa

di M.C. Cantafora

 

io-sono-bioIl 29 settembre 2015 questa domanda spiccava, a vivaci colori, sul verde campito delle magliette e dei berretti indossati orgogliosamente dai partecipanti alla grande festa del biologico, svoltasi in Expo a Milano; la scritta era anche replicata sulle bandiere del corteo che si snodava tra i padiglioni, lungo il cardo e il decumano, le vie principali dell’esposizione.
Certamente, tra le innumerevoli manifestazioni di Expo è di sicuro un evento da conservare tra i ricordi più piacevoli e innovativi di questo appuntamento mondiale, ma, terminati i festeggiamenti, nella realtà quotidiana, qual è il messaggio da cogliere?

Bio, o..? Che cosa significa essere bio?

“Io sono bio” potrebbe essere semplicemente il “birignao”, il vezzo di qualcuno che, per sentirsi al passo coi tempi, sbandiera questa affermazione in modo un po’ snob come se fosse un segno di distinzione nei confronti invece di chi si alimenta in modo convenzionale.
Affermare di essere “bio” con consapevolezza, invece, comporta l’assunzione di responsabilità diverse. Vuol dire credere nel futuro del pianeta, partecipare attivamente alla sua conservazione, imparando a conoscerne e a rispettarne la biodiversità e non concorrere al consumo distruttivo della sua terra, proprio intesa come suolo, quel microcosmo in cui tutto si compie in un equilibrio sempre teso alla perfezione.
Essere “bio”, interpretato solo come mangiare sano e naturale per il proprio ben-essere è un aspetto molto riduttivo del mondo biologico, utilizzare e fruire di prodotti buoni, sani, genuini, insomma alimentarsi con cibo non alterato, artefatto, pulito “non serve solo a chi lo mangia, ma serve alla Terra e a tutto ciò che vive con essa” (Carlo Petrini).

E chi vive con la Terra, chi la conosce così intimamente da entrare in relazione con lei in ogni momento della sua vita?ape

L’agricoltore, quell’individuo, quel personaggio che, prescindendo dall’estensione del suo campo o da quanti capi di bestiame possieda, si comporta in modo corretto e responsabile, senza sprechi e senza abusi. Non è alla ricerca di profitti facili, conosce alla perfezione i tempi del suo lavoro e non introduce artifici tossici o nocivi per accelerare questa o quella produzione, non bara, utilizza metodi “puliti”, rispetta i ritmi delle stagioni.
Entrare in relazione con chi conduce una azienda agricola con queste metodologie, acquistare e utilizzare i suoi alimenti, sfuggendo alle logiche prepotenti dell’agricoltura industriale, anche questo significa essere “bio”. Stringere e accorciare quella filiera altrimenti costituita da infiniti passaggi e intermediazioni, creando una vera alleanza fra cibo e uomo: chi lo compra si fa garante del lavoro di chi lo produce.

 

pecora-e-agnelloGià tra il 36 e il 29 a.C., un grande poeta latino, Virgilio, scrisse un intero poema in quattro libri, intitolato “Georgiche” sull’argomento.
Nella dedica dell’opera a Mecenate, suo protettore, espone gli argomenti principali che tratterà: il governo delle terre, la coltivazione delle piante, la cura del bestiame e, infine, la cura delle api.
Tanta arte e tanta poesia profusa per comporre un così prezioso manuale di agronomia, ricco di nozioni scientifiche, alcune ancora praticabili, deve far riflettere sull’importanza delle buone pratiche in agricoltura, che non deve essere la “cenerentola” delle scienze ed essere piegata a logiche di profitto e sfruttamento distruttivo, ma che deve tornare a rappresentare nella sua espressione più alta il binomio uomo-natura.

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